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  ordinedelgiorno [ Varie ed Eventuali ("La gente è il più bello spettacolo del mondo e non si paga il biglietto" C. Bukowski) ]
         

 

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Film:
 Il grande silenzio

Musica:
 Grade - Under the radar

Letteratura:
 Fogazzaro - Piccolo mondo moderno


kilombo


28 gennaio 2008

Into the Wild di Sean Penn

 

Il film è scritto e diretto da Sean Penn, ma basato sulla ricostruzione che Jon Krakauer ha fatto della vita, anzi dell’avventura, di John McCandless. È la storia vera di questo ragazzo americano, figlio in una delle tante famiglie americane con problemi, che appena laureatosi, dona i suoi averi, straccia i suoi documenti d’identità e, senza dire nulla a nessuno, inizia a camminare e a girare l’America. Si farà chiamare Alexander Supertramp, il super camminatore. Un peregrinare on the road, verso la libertà e la pienezza della vita, cercando di uscire da una famiglia e una società che tale via gli offuscano. Dopo due anni di crescita e di preparazione affronterà l’ultima tappa della sua avventura: l’Alaska, solo con un fucile, nelle terre selvagge (into the wild). Sopravviverà quattro mesi e verrà ritrovato poi da alcuni cacciatori, insieme al suo diario e ad alcune foto che permetteranno di ricostruirne le vicende.

Si tratta in primis di una storia d’avventura alla Jack London (uno degli autori preferiti del protagonista) e qui sta il difetto o forse il pregio dell’adattamento di Penn: l’avventura non è molto presente, è per lo più evocata dalle immagini incredibili della natura, dalla musica (la colonna sonora curata da Eddie Vedder dei Pearl Jam è stupenda), suggerita dalle parole della sorella e del protagonista stesso, attraverso il suo diario e i suoi appunti. Il film si dipana secondo linee temporali convergenti e questo permette di rimanere sempre molto coinvolti nonostante la sua non brevità. Penn dimostra di avere la giusta sensibilità per questo film: non è facile per un’inquadratura e per un film contenere la magnificenza e la titanicità della natura; eppure a lui riesce egregiamente e ci sembra di essere lì con Alexander, viandanti sperduti di fronte ad un mare di nebbia e rocce e neve. Anche i volti degli attori – un cast perfetto, tutti in parte e strepitoso Hirsh/Alexander – e la camera che vi si avvicina a volte pudica a volte sfrontata sanno scavare nelle pieghe delle espressioni fino al cuore dei sentimenti. Forse l’unico incomprensibile neo è l’uso in un due occasioni di uno split screen di cui non si sentiva la necessità. Ma d’altra parte è un film imperfetto, perché vitale, emozionante ma girato con mano – giustamente e fortunatamente – emozionata. Un film bello di per sé: per quello che mostra e ci fa vivere, tragico, romantico, difficile e attuale. Ma anche portatore di tanti piani di lettura. Non è solo una storia di ribellione: non siamo dalle parti di “Sulla Strada” di Kerouac né tantomeno vicini all’esperienza di un Bukoswki con meno senso del comico della vita. Qui non c’è l’anticonformismo o l’immaturo rifiuto di una società che non riesce a saziarci dentro: c’è un maturo – e attuale – bisogno del ritorno alla riscoperta dell’uomo nel suo stato di natura, anzi nella natura. C’è l’essenza della libertà, c’è dio, quello minuscolo, quasi panteistico e c’è la felicità che non sembra essere facile da cogliere nel mondo e nella società odierna ( anche se “dio ha sparso la felicità ovunque”, “se vuoi una cosa tendi la mano e prendila”). E se dapprima il ritorno è una fuga, (“non voglio una macchina nuova, sempre cose”) con le continue riprese degli aerei – macchine, cose – e delle loro scie anche nei remoti cieli dell’Alaska, il regista sembra forse volerci suggerire che non c’è fuga possibile; non c’è conciliazione totale tra l’uomo, la natura e il mondo come l’abbiamo trasformato.

Ma è nella gioia della solitudine nelle terre selvagge, dell’essere uomo nel suo elemento originario, che Supertramp trova il coraggio di scoprire la seconda parte del suo ritorno: “la felicità è reale solo quando è condivisa”. La dimensione dell’uomo può essere ridotta a qualcosa di diverso dal nostro mondo del lavoro e del consumismo, ma non può mai essere dell’uomo da solo. Forse è questa la più grande lezione del film che infatti è costellato di personaggi di una rara e commovente umanità che si troveranno sulla strada del protagonista. E tale lezione rimane valida indipendentemente da come questo duplice ritorno/verità lo si declini e dalla possibilità o meno che questa realtà essenzialmente umana si possa conciliare qui e ora. Penn per tutto il film preferisce suggerire, evocare, mostrare poetiche immagini (l’incredibile gioia di quando Alex riesce a costruire una doccia rudimentale e a farsela nella rigidezza della primavera dell’Alaska); mai imporre una via.

Quando le luci della sala si riaccendono e le risate (sic!), il chiacchiericcio e il movimento delle persone intorno a voi vi costringe a rialzarvi è difficile riconciliarsi col nostro mondo reale: ci appare evidente la differenza con la traboccante pienezza di Vita di Alexander e, dentro di noi, ci piacerebbe avere il coraggio di essere come lui.




4 gennaio 2008

Aborto e neonatologia

 «Forse, dopo 30 anni, bisognerebbe aggiornare la legge 194 (...) — ha detto il 31 dicembre il vicario del Papa per la diocesi di Roma —. Diventa inammissibile procedere all'aborto a un'età del feto nella quale egli potrebbe vivere anche da solo»

Da qualche giorno le gerarchie ecclesiastiche parlano di rivedere, o parzialmente modificare la legge 194. Senza entrare nel merito della legge, mi limito a far saltare agli occhi una certa incoerenza di fondo: si invoca l'aggiornamento delle linee guida (perifrasi per aumentare i paletti all'aborto e diminuire lo specchio di tempo) nel nome del progresso scientifico.

Del progresso scientifico? Ho sentito bene, la scienza, quella birichina che ci porta nel campo dell'eugenetica - come dice sempre il Giulianone - ma che questa volta serve al rispetto della vita?

Ma è rispetto della vita far sopravvivere un bambino prematuro - si parla di 22 settimane! - dentro una macchina, coperto da tubi, alimentato artificialmente, fatto respirare con delle macchine?
E questo sarebbe «vivere anche da solo»?

Non mi interessa dibattere delle differenze concezioni della vita ma l'incoerenza di fondo sul richiamo strumentale alla scienza e il falsificare le cose: è la stessa scienza che permette l'aborto selettivo a consentire che degli esseri, che di viventi non hanno nulla (perchè assolutamente non autosufficienti), sopravvivano invece di morire, come la legge di natura - termine che mi ripugna ma fa risaltare l'incoerenza - disporrebbe.




30 dicembre 2007

Democrazia e religione

 


Chi ritiene inaccessibili alla conoscenza umana la verità assoluta e i valori assoluti, non deve considerare come possibile soltanto la propria opinione, ma anche l’opinione altrui.[1]

La democrazia moderna, come cultura e come forma di stato e governo, si basa sul rispetto reale delle opinioni altrui: anzi propone, attraverso l’elezione e la dialettica parlamentare, la formazione sintetica della volontà generale – per usare un termine à la Rousseau – attraverso il confronto/compromesso tra le opinioni della maggioranza e della minoranza.

Perciò il relativismo è quella concezione del mondo che l’idea democratica suppone.[2]

Come dire che qualsiasi religione che professa il possesso di una forma di verità, che quindi è orientata verso un’assolutezza di valori, è intrinsecamente autocratica. Il fedele, per poter essere compatibile con una democrazia, deve considerare i dettati della sua religione un fatto individuale: in altre parole, quando esercita i suoi diritti politici deve ricordarsi che le opinioni e i valori altrui – seppur sbagliati nella sua ottica assoluta – hanno il diritto ad esistere e a poter essere perseguiti liberamente laddove non in contrasto con i diritti universali dell’uomo.

Qui non si tratta di negare alla Chiesa e alla religione di proporre i loro valori assoluti ai fedeli e non attraverso l’attività evangelica; ma nessuna religione può essere giustificativa o fondativa – in termini valoriali – di una società democratica: c’è un’incompatibilità culturale profonda.

E non si tratta neanche, si badi bene, di negare al fedele di professare pubblicamente la propria religione; ne ha anzi il diritto, ma questo non significa che la religione abbia diritto ad ambire ad un riconoscimento pubblico del suo valore.

Tra l’altro il relativismo razionalista alla base della democrazia non rinnega assolutamente l’esistenza dei valori, come impropriamente viene detto dai teo-con: ne sancisce solamente la non assolutezza, l’impossibilità di un possesso della verità e del Bene. Anzi la stessa democrazia, in quanto categoria culturale prima che forma politica, necessita essa stessa di un certo “overlapping consensus” – il riconoscimento condiviso di quelle idee, o valori, di libertà (di diritti politici e civili), uguaglianza (formale), fraternità.

Anche affermare che la democrazia non deve pretendere di imporre la propria visione ai cattolici fedeli o ai politici cattolici perché li priverebbe della loro libertà è un’argomentazione capziosa e priva di contenuti: infatti la democrazia ha proprio per obbiettivo la tutela di quella libertà; ma soprattutto la democrazia di per sé non impone nulla, poiché è un metodo di creazione di una volontà condivisa, non un soggetto. Ne consegue che le decisioni democratiche hanno il massimo grado di legittimità in quanto sono frutto di un metodo che ha come ideale normativo a cui massimamente tende la libertà di ogni individuo.

Inoltre, per riallacciarsi al discorso sui valori, la democrazia è l’unico metodo per una ricerca costante, relativa, perfettibile di valori. Tali valori non possono essere a loro volta valutati in mancanza di un valore trascendente cui appigliarsi come misura, ma hanno dalla loro la legittimità di essere il più ampiamente condivisi, cioè di non essere in contrasto con l’idea di libertà applicata nel reale, appunto, con la democrazia.



[1] da Hans Kelsen, La democrazia, 1995 Bologna, Il Mulino, pg. 149

[2] Ibidem.




4 novembre 2007

Il Prof. Zecchi e l'omosessualità femminile

Leggendo la versione ondine del Giornale mi imbatto in un articolo dell’esimio Professor Zecchi, luminare di estetica, che da quando ha intrapreso la sua carriera politico-mediatica nelle file del centrodestra è quanto mai distante dalle mie posizioni.

L’articolo verte su un controverso caso di affido di un minore alla madre che, secondo le nuove prove fornite dal marito al giudice, è lesbica e convive con una compagna.

L’argomento è tanto interessante e attuale quanto complicato. Premetto che la mia personale opinione riguardo alla possibile crescita di un bambino in un ambiente omosessuale è piuttosto critica. Vorrei soprassedere le facili critiche del tipo che “i genitori omosessuali possono essere meglio di tanti genitori eterosessuali” - che hanno la stessa validità teoretica di frasi del tipo “è vero che gli incidenti in auto sono di più di quelli che occorrono agli aerei, ma anche quest’ultimi possono cadere” – né tantomeno difendere e/o tirare in ballo il concetto di famiglia in questa sede.

La mia critica riguardo alla possibilità che una coppia omosessuale stabile possa garantire un ambiente di sviluppo ottimale – si parla di “ottimalità” che per quanto termine piuttosto inadeguato è indubbiamente semanticamente meno incline a fraintendimenti di altri quali “sano”, “normale”, “felice” – per il bambino in termini di costruzione di identità individuale affonda nella teoria dello sviluppo che parte da Freud e arriva ai giorni nostri, che comunque ritiene essenziale, seppur con differenze e ribaltamenti notevoli, la presenza di due figure distinte, materna e paterna.

È lapalissiano che parlando di queste due figure non si ritiene necessario che esse coincidano con il padre e la madre biologici.

Le opinioni che ho fino ad ora espresso sono anche quelle che sembra avere Zecchi, senonchè subito dopo scrive

Cosa ci dice il giudice? Verificherà se la donna a cui è affidata la figlia è una buona madre, indipendentemente dalle sue propensioni sessuali. Detto così, il suo ragionamento non fa una piega.

[…]

In realtà, ciò che dimentica è drammaticamente il significato culturale della famiglia.
Procediamo con tutte le cautele del caso e supponiamo che, effettivamente, la donna abbia una relazione omosessuale. La questione non è tanto quella di essere lesbica, quanto l’organizzare nell’omosessualità la struttura di una famiglia. La figlia affidata alla madre si troverebbe così a vivere in un contesto familiare costituito da due donne di cui una fa l’uomo.

Ora io mi chiedo due cose: cosa intende il Professore per significato culturale della famiglia? Perché l’etnografia ci ha bene illustrato che la famiglia ha un significato in quanto prodotto culturale – ovvero le famiglie sono tante a seconda delle società/culture – e non si deve né considerare la famiglia “occidentale” come unica e naturale, né tantomeno passare dal piano culturale a quello psicologico, inferendo che siccome la famiglia come è intesa da noi è quella naturale, è normale che i ruoli della figura materna/paterna coincidano con il padre/marito e la madre/moglie. Al di là della deficienza di premesse logiche per poter inferire ciò che ho evidenziato sopra, mi chiedo ancora come sia possibile che una persona colta come Zecchi non si renda conto che dare per scontato che tra due donne lesbiche una debba per forza incarnare il “maschio” sia cosa offensiva, quasi omofobica: oltre che offrire una concezione desueta e fallocentrica dell’omosessualità, rafforza la scorretta idea che gli omosessuali siano persone che hanno gusti “spostati” verso il sesso sbagliato/opposto.




30 settembre 2007

Il silenzio assordante

Se Beppe Grillo è un terrorista e potenziale cattivo maestro, Umberto Bossi che cos'è? Lo stesso politico che il giorno dopo il V-Day ebbe il coraggio di dire  «attenti a non esagerare, perché altrimenti viene avanti l’antipolitica».
Senza pudore. Spettacolo imbarazzante.

Ma la sacrosanta indignazione dei politici preoccupati per la Repubblica e lo Stato di diritto?
E tutti i detrattori del comico, che blaterano di qualunquismo e tacciano di antipolitica il tentativo di una politicissima e costituzionalissima proposta di legge popolare? Certo sempre pronti a evidenziare cervellotiche distinzioni di merito facendo però finta di non cogliere il quadro generale della protesta.  Dove sono oggi?
Non difendono la Costituzione che campeggia in ogni loro pamphlet polemico? 
Quanto ipocrisia.

«La libertà non si può più conquistare in Parlamento ma attraverso la lotta di milioni di uomini disposti al sacrificio in una guerra di liberazione» (Umberto Bossi dal Corriere.it)

Dicasi apologia di reato, come minimo.

Io mi consolo sapendo che in fondo, come dice il Berlusca, è solamente un «linguaggio colorito» atto ad accalappiare il voto dei leghisti oltranzisti, quelli che ce l'hanno duro ancora dal 1991 anno della discesa in campo del partito.




3 agosto 2007

Prodi, lo Stato e la Chiesa

Ogni tanto mi sorgono dei dubbi insolubili.

Ma com'è possibile che quando Prodi si appoggia alla Chiesa chiedendo il suo aiuto nella lotta all'evasione, evidenziando implicitamente l'importanza e il potere di questa, ricercando anzi una "sponda", tutti insorgono (e la miope Chiesa si lascia sfuggire l'occasione di mostrarsi davvero interessata anche al bene dell'Italia)?

E giù a condannare per lesa maestà: non bisogna dire cosa fare al Vaticano, ai preti, bisogna farsi gli affari propri e altre amenità del genere.

Invece quando la Cei scrive ai nostri politici come agire, mentre Ratzinger minaccia dall'alto dei cieli, volando sul suo jet, di scomunicare i politici che vanno contro i valori morali cattolici, allora si accetta tutto, perchè la Chiesa ha il dovere del magistero morale e via leccando.

La cosa che poi mi fa sorridere è che quando il papa, capo di uno Stato, o i vescovi ci bacchettano, diciamo Chiesa; quando un politico italiano dice qualcosa, i teodem dicono di lasciare in pace lo Stato Vaticano. Adoro queste sottigliezze terminologiche.


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permalink | inviato da ordinedelgiorno il 3/8/2007 alle 11:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



1 agosto 2007

Udite e tremate, nuova relazione dei servizi segreti!

Non bastava l'arresto del pericoloso imam della moschea di Ponte Felcino, con a carico prove inoppugnabili, per spaventarci: prodotti chimici a casa e cartine di un paio di città d'Italia. Roba che se mi controllano casa mi sbattono dentro e buttano la chiave, visto che prodotti chimici per pulizie suscettibili di diventare bombe ne ho - ne abbiamo - a bizzeffe; per non parlare delle cartine: come minimo sarei accusato di voler distruggere, Milano, Monza, Pavia, Edimburgo, Londra e molte altre. Figurarsi che ho pure segnato sopra dei bei palazzi... 
Per carità, ho fiducia nella giustizia ma sono per la presunzione di innocenza e personalmente trovo che questi arresti cadano in date "ad hoc". Pare invece non pensarla così il pragmatico Magdi Allam, che già ringrazia la Digos e chiede la chiusura delle moschee dell'odio. Come se fosse facile distinguerle da quelle in cui semplicemente si pratica un culto con fede e rispetto delle leggi.

Ma non è questo il punto: dIcevamo, non bastava quell'arresto e il buon Allam, ci ha pensato Manganelli (si sa, un nome un programma) a riscaldare l'atmosfera parlandoci del notissimo terrorismo salafita, di cui aver paura! Oh, il potere dei nomi è proprio sconfinato.

Ma oggi alla consueta relazione semestrale dei servizi segreti al parlamento, scopriamo che dobbiamo avere davvero paura, il rischio di attentati è concreto! Sarà mica che adesso la notizia del rinvio per l'utilizzo delle intercettazioni sparisca dalla prima pagina? Boh...

Ora io mi chiedo, ma lo dicono quegli affidabili servizi segreti, quelli di Pio Pompa, Pollari?
Quelli che servizi deviati e servizi segreti tout court coincidono secondo il Csm e varie indagini?


Allora siamo a posto!

Voleva essere un post vagamente satirico, ma non so a quanti farà sorridere, anzi.
Ma ribaltando un titolo di un noto film: "non ci resta che ridere!"





17 luglio 2007

Identità individuale e identità sociale. Filosofia oggi e domani

 Da sempre si ripete che la felicità necessita di stabilità.

Un tempo l'identità individuale veniva a coincidere con l'identità sociale, strutturata esternamente al singolo. Era l'habitus permanente che ci veniva fatto indossare inserendoci in un ben preciso ambito di interazioni significative e significanti.
Ciò limitava indubbiamente la libertà d'azione, di scelta e di pensiero; ma offriva una rete stabile di significati che ci accompagnava per tutta la vita, determinando comportamenti, aspettative e il nostro spazio sociale e interattivo; garantendo una sorta di stabile felicità - più un' aura medietas, forse.
Questa visione si sposa con il paternalismo utopico esposto da Platone nella sua Repubblica: questa sovrapposizione tra le due identità implica l'ereditarietà di status e ruoli sociali, limitando il dinamismo complessivo della società, in nome dell'utile e del maggior benessere distribuito sul maggior numero di persone.

Evidentemente si tratta di una visione della società desueta e ormai difficilmente applicabile nel mondo contemporaneo, che con i suoi canali di in-formazione, i suoi molteplici modelli individuali veicolati dai mass-media e dalla pubblicità, offre tantissimi nuclei di socializzazione creando diversificate e reversibili identità sociali.
Anche il dinamismo economico dei mercati e la mobilità sociale offrono un'ampliamento delle possibilità di autoderminazione dell'individuo, che, in quanto consumatore, "consuma" ogni giorno nuove identità, reinventandosi di volta in volta grazie ad un diverso habitus e in base al gusto che cambia, secondo i differenti e decentrati imput mass-mediatici.
L'assenza di quell'eterogenea unicità del centro significante sufficientemente forte, fa cadere quella stabile rete significativa cui la persona si appellava inconsciamente, sia nel rapporto con sè stesso, che come sè tra gli altri.

Conseguenze sono lo straniamento e lo scollamento tra  sè e società, l'anomia e la paradossale necessità di estrema diversificazione, ovvero di maglie della rete sempre più piccole e non intersoggettive:
sub-culture, contro-culture, gruppi devianti.
Ma anche la scarsa fiducia nel futuro e la difficoltà nel distinguere il Chronos, dal Kairos (il flusso, dall'attimo) che generano depressioni, insicurezze, noia come tonalità emotiva fondamentale.

Le cause, molte già esposte, sono sia esogene che endogene alla nostra società. C'è, in fondo, una volontà consapevole del sistema economico consumista di mantenere questo stato di cose: i prodotti di consumo hanno ormai date di scadenza e gli stessi valori sono diventati prodotti di consumo; mentre c'è anche l'inconsapevole "colpa" del liberalismo, che ha promosso questa situazione attraverso la lotta per le pari opportunità di autodeterminazione individuale; e poi ci sono l'esplosione demografica e tecnologica, la morte del localismo come centro gravitazionale di un'esistenza.

Va
ripensato un paradigma che permetta di conciliare la complessità sovrastrutturale del mondo oggi, con le assai più semplici esigenze dell'esistenza di un uomo nel suo rapporto con sè, gli altri e il mondo stesso.
Un compito che a mio avviso spetta alla filosofia.




16 luglio 2007

Nuova bozza del codice sulla sicurezza alimentare

Apro il corriere online per leggere le notizie del giorno e scopro che grande risalto è dato all'ultimo episodio di una lunga serie: le stragi della strada, quelle del sabato sera e dei pirati della strada.

Tanti gli articoli, prestigiose le firme, come Severgnini. Non c'è molto da commentare, il titolo dell'articolo recita "La serietà che non abbiamo"  e ha perfettamente ragione: ci racconta dei controlli sulle strade non fatti; ci snocciola i numeri che evidenziano gli abissi tra noi e gli altri paesi europei, dove con meno leggi di noi, ma più prevenzione effettiva, le cose cambiano.

Cose note, forse dette sempre senza il dovuto tempismo, da una stampa che cerca la sensazionalità a posteriori invece della sensibilizzazione a priori; ma cose che vanno sempre e comunque ripetute, rilette e riscritte: meglio in ritardo che mai.

Ma il vero paradosso di un'Italia in cui i ministri tuonano severità - Bianchi chiede arresti immediati per i pirati della strada, mentre Amato promette di aumentare i controlli sulle strade - salta all'occhio subito dopo: sempre scorrendo l'homepage del corriere.it scopro con stupore e con disgusto che una nuova bozza del Codice di sicurezza alimentare depenalizzerebbe l'adulterazione fraudolenta di cibi e bevande in assenza di morte dei clienti.

Solo una multa. Massimo 100.000 euro. Probabilmente risulterà più redditizio adulterare i cibi, venderli, denunciarsi, pagare la multa e ricominciare, piuttosto che lavorare onestamente. Il solito messaggio all'italiana: chi truffa migliaia di persone è a ballare in qualche discoteca, facendosi fotografare sorridente...

Non ho davvero altro da aggiungere, le parole sarebbero di troppo; l'evidenza dei fatti è sufficiente.




15 giugno 2007

Sposetti: straccioni o banchieri?

 

«Senti, io leggo i giornali e vedo i tigì emi accorgo che sono tutti molto, molto sorpresi, e a volte persino scandalizzati, dal fatto che alcuni politici parlino con banchieri e imprenditori. Ma con chi dovremmo parlare? Con chi dovrei parlare, io? Con gli straccioni? Sai qual è ilmio incarico? Sono il tesoriere di un partito. Bene: mi sembra ovvio, normale, scontato, che ogni tanto io stia lì, al telefono, con qualcuno che conta, che fa girare i soldi. E non è libera iniziativa, la mia. Tutt’altro: credo anzi che un politico, ad un certo livello, un certo tipo di rapporti sia proprio obbligato a tenerli».

Ugo Sposetti, dal Corriere.it del 15/7

Questa è la nostra politica con la sua assurda a-moralità spacciata per normalità eretta a sistema.

«Io dico che questa storia delle sezioni dei Ds, che in automatico diventano sedi del Pd, non sta né in cielo né in terra. Il Pd, se è interessato a qualche sezione, perché particolarmente strategica, o bella, ne può fare richiesta e prenderla in affitto». Ma chi è che affitterebbe, Sposetti? I Ds non esisteranno più... «Beh, potremmo creare una fondazione... non lo so [...]».

E quest'altro estratto specifica benissimo la funzione dei partiti. Altro che partiti radicati nel territorio con una forte base sociale («Con chi dovrei parlare, io? Con gli straccioni?») e partecipazione democratica! Qui siamo al vero sistema del partito-azienda, con bilanci faraonici, debiti da spalmare e voti da comprare con marketing, pubblicità, slogan facili e regalie varie. Il trionfo della democrazia realista e di mercato, verticale, impositiva.

Come diceva Schumpeter «Il metodo democratico è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere didecidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare».



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